L’Assemblea Generale ONU approva una nuova risoluzione riguardo lo status della paese arabo: Un nuovo – piccolo ma decisivo – passo verso il pieno riconoscimento.
Venerdì 10 maggio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita a New York[1] per una nuova sessione straordinaria d’emergenza riguardante la crisi di Gaza. Con una schiacciante maggioranza di 143 paesi a favore, 9 contrari e 25 astenuti[2], l’Assemblea ha infine approvato, alle 11.24, la risoluzione presentata dagli Emirati Arabi Uniti, che potenzia i diritti della Palestina in seno all’ONU.
La Palestina sin dal 2012 è stata ammessa come Stato Osservatore presso le Nazioni Unite, e questa risoluzione, pur non concedendo la piena adesione al paese mediorientale, ne potenzierà i diritti all’interno dell’organismo mondiale.
Nella fattispecie, la Palestina non avrà diritto di voto per ciò che concerne le risoluzioni discusse dall’Assemblea Generale e non potrà presentare la propria candidatura a organi come il Consiglio di Sicurezza o il Consiglio Economico (ECOSOC), ma potrà, una volta perfezionata la sua posizione (quindi non prima della prossima sessione dell’Assemblea, il prossimo 10 settembre):
- Prendere posto tra gli Stati Membri;
- Fare dichiarazioni ufficiali;
- Presentare proposte, emendamenti e co-sponsorizzarli;
- Proporre questioni da includere nell’agenda provvisoria delle sessioni ordinarie e speciali;
- Partecipare in maniera piena ed efficace alle conferenze ONU e a tutti i meeting internazionali convocati sotto l’egida dell’Assemblea Generale o di altri organi delle Nazioni Unite;
- I membri della delegazione palestinese, infine, avranno il diritto di candidarsi ed essere eletti come ufficiali nell’assemblea plenaria e all’interno dei Comitati dell’Assemblea Generale.
La riunione, densa e dai toni a tratti molto accesi, ha infine esortato il Consiglio di Sicurezza a “riconsiderare favorevolmente” la richiesta della Palestina, visto che l’assegnazione della membership richiede la sua raccomandazione[3]. Già lo scorso aprile il Consiglio aveva infatti respinto una risoluzione che chiedeva l’adesione della Palestina all’ONU, a causa del veto posto dagli Stati Uniti.
Durante i lavori, numerosi sono stati gli interventi favorevoli, motivati dal sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese (nelle parole dell’ambasciatore saudita Abdulaziz Alwasil) e dalla legittimità dell’aspirazione a godere degli stessi diritti del popolo israeliano (intervento dell’ambasciatore cinese Fu Cong).
Gli Stati Uniti hanno invece espresso una dichiarazione di voto negativa, anche se, ha sostenuto l’ambasciatore Robert Wood, ciò non implica l’opposizione americana allo stato palestinese, ma la necessità che il processo di riconoscimento scaturisca da negoziati diretti tra la parte palestinese e quella israeliana[4]. È infine stato espresso l’impegno degli Stati Uniti ad intensificare i propri sforzi nei confronti dei palestinesi al fine di creare le condizioni politiche necessarie all’avvio di tali negoziati.
Più accesi i toni dell’ambasciatore israeliano Gilad Erdan: dopo aver evocato il nazismo, sulle cui ceneri è stata fondata l’ONU, ha poi accusato l’Assemblea di stare avallando l’accoglimento di uno Stato terrorista tra i propri ranghi; al termine dell’intervento ha triturato, in segno di protesta, una copia della Carta delle Nazioni Unite.
Anche l’Osservatore Permanente dello Stato di Palestina, Riyad Mansour, è intervenuto, ricordando gli effetti della guerra in corso a Gaza[5] ma sottolineando che l’orgoglio palestinese è rimasto intatto. Nelle sue parole: “Un voto per il ‘sì’ è un voto per l’esistenza palestinese; non è contro nessuno Stato, ma è contro i tentativi di privarci del nostro […] Chiedo quindi ai membri di valutare attentamente la situazione davanti a noi, senza altro in mente che un impegno per la pace come nostra massima ambizione”.
Al netto delle polemiche e degli annunci, la strada verso il pieno riconoscimento della Palestina è ancora lunga e molto ardua: Questa risoluzione, pur molto importante in linea di principio, ha un valore meramente simbolico, e non sarà scontata né immediata l’ammissione del paese arabo a Stato membro a pieno titolo dell’ONU.
La discussione svoltasi nel Palazzo di Vetro ha reso evidenti le tensioni che sono alla base della questione. Vale la pena di ricordare che proprio il conflitto israelo-palestinese, deflagrato nel 1948 con la “Nakba”, fu tra le prime e più spinose questioni che la neonata ONU dovette tentare di dirimere. Negli anni si sono accumulati errori, torti e sono state compiute ingiustizie da ambo le parti, mentre concreti tentativi normalizzazione dei rapporti non si sono mai realizzati. Questa situazione, lunga ed intricata, emerge anche dai diversi approcci che sono stati proposti: Se gli USA non credono in un processo di pace senza che questo passi attraverso la concertazione diretta con Israele, quest’ultimo (anche in maniera teatrale, come visto) manifesta preoccupazioni profonde e di lungo corso, profondamente radicate nella mentalità del paese. Sullo sfondo, rimangono milioni di palestinesi che vivono da generazioni in una condizione umanitaria, sociale e politica precaria.
La questione poi rappresenta, in virtù della sua storia così lunga e complessa, un unicum, e per arrivare a questa prima approvazione si è dovuto tenere conto di altri dossier internazionali presenti sul tavolo ONU: il testo finale della risoluzione è stato modificato, ad esempio, specificando che la concessione di maggiori diritti alla Palestina non può essere presa ad esempio e non rappresenta un precedente. Si pensi, infatti, a cosa potrebbe accadere in casi come quello di Taiwan, di cui la Cina continua a rivendicare la sovranità, o del Kosovo, che nel 2008 ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia.
Per concludere, se dopo questo voto è emerso chiaramente che la comunità internazionale è favorevole al – futuro – pieno riconoscimento della Palestina, le sfide, i problemi e le incognite per quella regione sono ancora tutti ostacoli ben lungi dall’essere superati per arrivare alla pace.
[1] La notizia sul sito ufficiale dell’ONU: https://news.un.org/en/story/2024/05/1149596
[2] Qui l’elenco in dettaglio dei paesi favorevoli, contrari ed astenuti:
Favorevoli: Algeria, Andorra, Angola, Antigua-Barbuda, Armenia, Australia, Azerbaijan, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados, Belarus, Belgium, Belize, Benin, Bhutan, Bolivia, Bosnia and Herzegovina, Botswana, Brazil, Brunei, Burkina Faso, Burundi, Cabo Verde, Cambodia, Central African Republic, Chad, Chile, China, Colombia, Comoros, Costa Rica, Côte d’Ivoire, Cuba, Cyprus, Democratic People’s Republic of Korea, Denmark, Djibouti, Dominica, Dominican Republic, Egypt, El Salvador, Equatorial Guinea, Eritrea, Estonia, Ethiopia, France, Gabon, Gambia, Ghana, Greece, Grenada, Guatemala, Guinea, Guinea-Bissau, Guyana, Haiti, Honduras, Iceland, India, Indonesia, Iran, Iraq, Ireland, Jamaica, Japan, Jordan, Kazakhstan, Kenya, Kuwait, Kyrgyzstan, Laos, Lebanon, Lesotho, Libya, Liechtenstein, Luxembourg, Madagascar, Malaysia, Maldives, Mali, Malta, Mauritania, Mauritius, Mexico, Mongolia, Montenegro, Morocco, Mozambique, Myanmar, Namibia, Nepal, New Zealand, Nicaragua, Niger, Nigeria, Norway, Oman, Pakistan, Panama, Peru, Philippines, Poland, Portugal, Qatar, Republic of Korea, Russia, Rwanda, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent and the Grenadines, San Marino, Saudi Arabia, Senegal, Serbia, Seychelles, Sierra Leone, Singapore, Slovakia, Slovenia, Somalia, South Africa, Spain, Sri Lanka, Sudan, Suriname, Syria, Tajikistan, Thailand, Timor-Leste, Trinidad and Tobago, Tunisia, Turkmenistan, Turkey, Uganda, United Arab Emirates, United Republic of Tanzania, Uruguay, Uzbekistan, Vietnam, Yemen, Zambia, Zimbabwe.
Contrari: Argentina, Czech Republic, Hungary, Israel, Micronesia, United States, Papa New Guinea, Nauru, e Palau.
Astenuti: Albania, Austria, Bulgaria, Canada, Croatia, Fiji, Finland, Georgia, Germany, Italy, Latvia, Lithuania, Malawi, Marshall Islands, Monaco, Netherlands, North Macedonia, Paraguay, Republic of Moldova, Romania, Sweden, Switzerland, Ukraine, United Kingdom, e Vanuatu.
[3] Il Consiglio di Sicurezza è composto da 15 membri, di cui 5 permanenti (Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Regno Unito) e con diritto di veto.
[4] Il portavoce della delegazione statunitense all’ONU, Nate Evans, ha dichiarato che un nuovo voto sulla questione in seno al Consiglio di Sicurezza incontrerebbe il veto USA.
[5] 35.000 palestinesi uccisi, 80.000 feriti e oltre due milioni sfollati; stime ONU.
