Di Roberto Menotti e Nunzio Mastrolia

Negli ultimi quattro decenni, la globalizzazione ha ridisegnato la mappa degli scambi economici, politici e culturali a livello mondiale, con flussi commerciali e di investimento che si sono mossi liberamente per cogliere i vantaggi dei diversi sistemi economici, in particolare in Asia. Una globalizzazione che si è sviluppata secondo i paralleli, dunque, in una direzione che andava da ovest verso est. Non a caso, in questo arco temporale, la globalizzazione è stata sinonimo di Cina, che ha attratto, come un magnete, le attività labour-intensive che avevano prima di allora fatto la rivoluzione manifatturiera dei paesi sviluppati. In sostanza, la Repubblica Popolare abbandona – in economia – alcuni dei dogmi del “socialismo con caratteristiche cinesi” o comunque li rende talmente flessibili da essere irriconoscibili, e scommette su una trasformazione che non intacchi il controllo del Partito unico sulla società. Tenta questa delicata operazione sfruttando proprio quella che possiamo definire l’infrastruttura occidentale della globalizzazione.

Tale processo ha avuto luogo in un ambiente politico relativamente omogeneo e stabile dal punto di vista della sicurezza internazionale; di fatto, è stato reso possibile in primo luogo dagli Stati Uniti, anche hanno a modo loro scommesso sulla Cina. Tuttavia, quello che prima appariva come un mondo “piatto” e “liscio” dal punto di vista politico, sta diventando sempre più irregolare e ruvido con i fattori politici che acquisiscono un peso sempre maggiore nell’orientare le scelte di investimento rispetto a quelli puramente economici. Così, gli investitori tendono a privilegiare sempre più paesi caratterizzati da stabilità politica e un solido quadro istituzionale, in grado di garantire la sicurezza dei loro investimenti e dei relativi rendimenti. Episodi di instabilità, siano essi rivolte, insurrezioni o anche soltanto improvvisi cambiamenti nelle politiche governative, possono infatti causare significative perdite economiche e indurre una fuga di capitali.

In questo contesto, in linea di principio, i paesi in grado di offrire un ambiente favorevole agli investimenti sono quelli che dispongono di risorse finanziarie per sostenere politiche di welfare, meccanismi istituzionali per tradurre il malcontento sociale in risposte politiche efficaci, governi legittimi capaci di contenere le proteste e sistemi giudiziari in grado di riparare torti e ingiustizie, nonché un sistema di pesi e contrappesi in grado di prevenire sterzate improvvise nelle politica governative. La somma di questi fattori porta a privilegiare paesi con sistemi istituzionali simili a quelli delle economie sviluppate, caratterizzati da uno stato di diritto solido e un efficace stato sociale.

E’ in questo contesto globale e, dovremmo meglio direi, semi-globalizzato che va collocato il bacino mediterraneo, fortemente integrato nelle dinamiche di cui abbiamo appena detto.

L’Emergere di nuove dinamiche

Il problema è che la recente tendenza alla “globalizzazione tra amici” (friendshoring) non può valere per qualsiasi tipo di investimento. Ad esempio, per le imprese europee che cercano un vantaggio competitivo nel basso costo della manodopera, potrebbe avere poco senso delocalizzare attività labour-intensive in altri paesi europei. Allo stesso tempo, investire in paesi come il Vietnam, che pur presentando costi del lavoro inferiori a quelli cinesi, stanno cadendo sempre più nell’orbita egemonica di Pechino, potrebbe comportare rischi politici. In altri termini, le scelte di investimento internazionale potrebbero dover tenere conto non solo del sistema politico interno del paese di destinazione, ma anche del contesto politico regionale in cui è inserito e dei condizionamenti che subisce dalle potenze regionali.

In questo scenario, si potrebbe assistere a un passaggio da una globalizzazione che si è mossa lungo le linee dei paralleli, da Ovest verso Est, a una globalizzazione che segue i meridiani, secondo le sfere di influenza create dalle potenze economicamente e politicamente egemoniche. Sono importanti esempi di questa tendenza il ritorno degli europei (cioè non soltanto dei francesi) in Africa, non solo per la sostituzione del gas russo, ma anche per il manifatturiero e con una visione d’insieme più ampia rispetto al passato come testimoniano il Global Gateway della UE e il Piano Mattei italiano, e il rinnovato interesse degli Stati Uniti per l’America Latina. Allo stesso tempo, la Cina sta rafforzando la sua presenza nella penisola indocinese e nel Mar Cinese Meridionale. Ciò lascia prospettare una globalizzazione a cerchi concentrici, con un nucleo di democrazie liberali, circondate da paesi che presentano gradi differenti di affidabilità politica interna e internazionale.

Uno sguardo verso sud

Per quanto riguarda il polo europeo dell’economia globale, la quasi completa chiusura delle prospettive di integrazione economia sul fianco Est dell’Unione (a causa della rinnovata minaccia russa) apre la possibilità di sviluppo verso sud con il Mediterraneo si trova così al centro di questa nuova traiettoria. L’area, che collega l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente, sta diventando un crocevia cruciale per il commercio e gli investimenti globali. Paesi come l’Egitto, il Marocco e la Turchia stanno emergendo come destinazioni chiave per il near-shoring, attirando investimenti dalle economie sviluppate desiderose di accorciare le catene di approvvigionamento e ridurre la dipendenza da fornitori lontani.

Egitto, Marocco e Turchia si stanno affermando come destinazioni privilegiate per gli investimenti diretti esteri (IDE), grazie alla loro posizione strategica, ai costi competitivi e alle politiche favorevoli agli investimenti. In Egitto, gli afflussi di IDE sono aumentati a una media di 2,3 miliardi di dollari a trimestre fino a settembre 2023, con un particolare interesse per il settore immobiliare del Cairo, sostenuto dagli investimenti dei paesi del Golfo. Il Marocco, invece, sta beneficiando dei processi di near-shoring industriale, che stanno contribuendo a diversificare la sua economia. I flussi netti di investimenti diretti esteri (IDE) nel pese sono aumentati del 60% tra il 2020 e il 2022, raggiungendo l’1,6% del PIL. Tuttavia, nel 2023 sono scesi allo 0,7% del PIL a causa del duplice effetto di importanti investimenti al di fuori del Marocco e di un calo del 18% degli afflussi. Si prevede che rimbalzeranno a partire da quest’anno, vista la crescente quantità di progetti annunciati: a gennaio del 2024 sono cresciuti del 21% su base annua, raggiungendo i 360 milioni di dollari, mentre i progetti greenfield di IDE sono passati da meno di 4 miliardi di dollari nel 2021 a ben 38 miliardi nel 2023.

La Turchia si è distinta come una delle principali destinazioni per gli investimenti diretti esteri (IDE) nell’area nel 2023 – nonostante le persistenti difficoltà politiche di interazione con un sistema istituzionale tuttora dominato dalla personalità di Erdogan. Rispetto all’anno precedente, il paese ha registrato una crescita del 17% nel numero di progetti di IDE, dimostrando la sua crescente attrattiva per gli investitori internazionali. Nel 2022, gli investimenti diretti esteri netti in percentuale del PIL sono stati pari all’1,5% in Egitto, all’1,66% in Marocco e all’1,51% in Turchia. Questi dati sottolineano come i tre paesi stiano riuscendo ad attrarre capitali esteri, in particolare da parte di investitori che cercano di accorciare le catene di approvvigionamento e diversificare la produzione. La vicinanza geografica di Egitto, Marocco e Turchia ai mercati europei, unita ai loro costi competitivi e alle politiche favorevoli agli investimenti, li rende destinazioni ideali per le aziende che desiderano ottimizzare le loro operazioni e ridurre la dipendenza da fornitori lontani o insicuri dal punto di vista politico.

Va inoltre sottolineato che i paesi rivieraschi mediterranei della sponda sud possono fungere da porta verso l’Africa subsahariana, non soltanto in chiave di rischi e sfide – si pensi alla cronica instabilità del Sahel – ma anche in termini di opportunità. E’ una visione “verticale” del continente africano che finora non ha trovato molte applicazioni pratiche. Il Marocco, in particolare, si considera giustamente anche un punto di accesso verso l’Africa subsahariana, soprattutto nel suo versante occidentale; allo stesso modo l‘Egitto è naturalmente (e certo non da oggi) un collegamento con il Mar Rosso e dunque con il passaggio per l’Oceano Indiano. Sono realtà geografiche perfettamente note da secoli, e perfino già ai tempi dell’Impero romano, che hanno attualmente una forte valenza geoeconomica di cui l’Europa deve essere più pienamente cosciente.

La prospettiva africana dopo l’invasione dell’Ucraina

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, le relazioni tra l’Unione Europea e i paesi africani hanno subito significativi cambiamenti. L’UE ha intensificato gli sforzi per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di materie prime critiche, come cobalto, litio e nichel, essenziali per la transizione verso un’economia più verde e digitale. In questo contesto, l’Africa, che detiene vaste riserve di questi minerali, è diventata un partner strategico per l’Europa. L’UE ha avviato negoziati con paesi come la Repubblica Democratica del Congo e lo Zambia per garantire un accesso stabile a queste risorse. Tuttavia, i leader africani chiedono che questa cooperazione vada oltre il mero aspetto economico e che l’Europa dimostri maggiore considerazione e rispetto per le posizioni dei paesi africani nei forum internazionali.

Le relazioni commerciali tra l’UE e l’Africa hanno risentito delle conseguenze della guerra in Ucraina. Mentre i paesi produttori di petrolio, come i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Algeria, hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi, i paesi importatori di petrolio, come Egitto e Tunisia, hanno subito pressioni inflazionistiche aggravate e una forte dipendenza dalle importazioni alimentari, in particolare cereali provenienti da Ucraina e Russia. L’UE rimane il principale partner economico per la maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, ma la sua preminenza relativa è in declino. La guerra in Ucraina ha offerto ad alcuni regimi l’opportunità di alimentare sentimenti anti-occidentali in patria e di adottare posizioni più autonome nei confronti delle grandi potenze.

Nonostante le criticità, l’UE e l’Africa stanno lavorando per rafforzare la loro partnership. Nel febbraio 2022, al vertice UE-UA di Bruxelles, i leader hanno adottato una “Visione congiunta per il 2030”, che si concentra su azioni a livello continentale e regionale in cui l’UE e l’Africa hanno una capacità collettiva di realizzazione. La partnership mira a promuovere la cooperazione economica e lo sviluppo sostenibile, con entrambi i continenti che coesistono in pace, sicurezza, democrazia, prosperità, solidarietà e dignità umana. L’UE sta anche lavorando per intensificare il suo impegno commerciale con l’Africa, con quattro accordi di libero scambio con i paesi del Nord Africa e cinque accordi di partenariato economico con 14 partner dell’Africa subsahariana. L’obiettivo principale di questi accordi è sfruttare il commercio e gli investimenti per lo sviluppo sostenibile.

Prospettive future e approcci articolati

La nuova traiettoria della globalizzazione lungo i meridiani verso un continente così complesso come quello africano è una questione che pone un grande numero di criticità. Da un lato, l’aumento degli scambi commerciali e degli investimenti può favorire la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e il miglioramento degli standard di vita. Dall’altro, le disparità economiche e infrastrutturali tra i paesi della regione rischiano di ampliarsi ulteriormente se non vengono adottate misure mirate. Per cogliere appieno le opportunità offerte dalla nuova geografia degli scambi commerciali, sarà fondamentale promuovere una maggiore integrazione economica e cooperazione regionale. Ciò richiederà il superamento delle barriere politiche e culturali, nonché il rafforzamento delle istituzioni e dei quadri normativi, all’interno del quadro continentale africano. Inoltre, sarà cruciale affrontare le sfide legate alla sostenibilità ambientale e sociale, garantendo che la crescita economica sia inclusiva e rispettosa dell’ambiente. È chiaro che questa complessità può essere affrontata e gestita solo attraverso un approccio integrato e collaborativo, incentrato sulle grandi organizzazioni regionali in chiave multilaterale.

In ogni caso, il Mar Mediterraneo ha un ruolo centrale da giocare, in quanto snodo naturale e punto di contatto invece che (come è stato a intermittenza nella storia) di divisione.

Fonti e documenti

EU-Angola negotiations on a Sustainable Investment Facilitation Agreement

From near-shoring to friend-shoring: the changing face of globalisation

Economic Linkages across the Mediterranean: Trends on trade, investments and energy

Political stability and foreign direct investment inflows in 25 Asia-Pacific countries: the moderating role of trade openness

The Changing Face of Globalisation – From Near-shoring to Friend-shoring

Maritime Scenario in the Mediterranean: Analysis of the Competitiveness and Investments of the Major Logistics Players

The implications of Chinese investments on Mediterranean trade and maritime hubs

Regional Integration in the Union for the Mediterranean

Trade, investment and employment in the Southern Mediterranean Countries

How Does Political Instability Affect Economic Growth?

Political unrest, the Arab Spring, and FDI flows: A quantitative investigation