Intervista a Laura Guercio, avvocata, docente universitaria e in passato Segretaria Generale della Commissione Interministeriale per i Diritti Umani (Ministero degli Esteri), rappresenta inoltre l’Italia nel consiglio di amministrazione dell’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali dell’Uomo ed è avvocata presso la Corte Penale Internazionale.

Dott.ssa Guercio, per iniziare, rispetto alla sua esperienza presso la CPI e la AEDF, quali sono le sfide principali che questi due organismi devono affrontare per tentare di garantire la giustizia internazionale, e quanto organismi importanti come questi possono coadiuvare altre istituzioni sovranazionali e Stati per garantire pace e stabilità?

Le principali sfide che la Corte Penale Internazionale (CPI), così come anche la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), devono affrontare per garantire la giustizia internazionale sono molteplici. Una delle più significative è la giurisdizione limitata della CPI. Ad esempio, la CPI può intervenire solo nei casi che riguardano Stati membri o crimini commessi sul loro territorio. Questo rappresenta un problema serio perché alcuni Paesi potenti, come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, non riconoscono l’autorità della CPI. Di conseguenza, anche se vengono commessi crimini gravi, la CPI ha un margine di azione molto ridotto nei confronti di cittadini di questi Stati. Un’altra sfida rilevante sia per la CPI che per la CIG è l’implementazione delle sentenze. Sia la CPI che la CIG dipendono fortemente dalla cooperazione degli Stati per far rispettare le loro decisioni. Senza il supporto degli Stati, diventa estremamente difficile eseguire mandati di arresto o applicare decisioni giudiziarie. Ci sono numerosi casi in cui i mandati di arresto emessi dalla CPI non sono stati eseguiti perché i Paesi coinvolti si sono rifiutati di collaborare. Infine, la legittimità e la percezione pubblica sono cruciali. Se le corti internazionali sono viste come parziali o inefficaci, la fiducia del pubblico e la cooperazione degli Stati possono diminuire, compromettendo ulteriormente la giustizia internazionale. Per affrontare queste sfide, una strategia fondamentale è la stretta collaborazione con le Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per esempio, può riferire casi alla CPI e può imporre sanzioni contro gli Stati che non rispettano le decisioni della CIG. Questa cooperazione può aumentare l’autorità e l’efficacia delle corti internazionali. A livello regionale, e qui rispondo alla sua domanda relativa all’Agenzia europea per i diritti umani (EU Fundamental Rights Agency, FRA), è chiaro che tutte le misure volte alla protezione dei diritti umani in ambito regionale possono svolgere un ruolo chiave nel sostenere e rafforzare il sostegno alla tutela dei diritti umani a livello internazionale. Fornendo dettagliate analisi, come fa la FRA, nonché sensibilizzazione e raccomandazioni agli Stati, le agenzie regionali possono aiutare i Paesi a sviluppare sistemi giuridici nazionali in grado di garantire l’attuazione dei loro obblighi rispetto alla tutela dei diritti umani e conseguentemente di agire e collaborare per perseguire crimini internazionali. E’ chiaro, tuttavia che anche in questo caso l’efficacia di ogni intervento dipende dalla volontà politica degli Stat e dalla consapevolezza pubblica di quanto agire per la promozione dei diritti umani sia importante per il benessere tra i cittadini e tra gli Stati.

In un mondo che è sempre più multipolare e nel quale le “geometrie variabili” degli interessi si intersecano e si scontrano, in che misura l’applicazione del diritto internazionale è efficace e trova un effettivo compimento?

La questione dell’efficacia e dell’effettivo compimento del diritto internazionale in un mondo multipolare è complessa e sfaccettata. Viviamo in un’epoca in cui gli equilibri di potere sono distribuiti tra diverse nazioni e blocchi di interesse, e questo influisce notevolmente sull’applicazione del diritto internazionale. Innanzitutto, è importante riconoscere che il diritto internazionale è basato su principi di sovranità, uguaglianza tra gli Stati e il consenso. Questo significa che, teoricamente, tutti gli Stati sono uguali davanti alla legge internazionale e che le norme vengono accettate e applicate attraverso accordi e trattati. Tuttavia, nella pratica, le dinamiche geopolitiche e i rapporti di forza possono influenzare notevolmente come e quando queste norme vengono rispettate. In un contesto multipolare, le potenze emergenti e le alleanze regionali giocano un ruolo cruciale. Gli interessi nazionali spesso prevalgono sugli obblighi internazionali, specialmente quando questi ultimi sono percepiti come conflittuali con le priorità strategiche di uno Stato. Ad esempio, in situazioni di crisi o di conflitto, alcuni Stati possono scegliere di ignorare o reinterpretare le norme internazionali per giustificare le proprie azioni. Questo è evidente in molte aree di tensione globale, dove violazioni dei diritti umani, dispute territoriali e interventi militari vengono giustificati con ragioni di sicurezza nazionale o interesse strategico. Tuttavia, nonostante queste sfide, il diritto internazionale continua a svolgere un ruolo importante. Le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, la Corte Internazionale di Giustizia e vari tribunali internazionali e regionali lavorano costantemente per promuovere la legalità e risolvere le controversie in modo pacifico. Anche le sanzioni economiche e politiche, seppur controverse, sono strumenti utilizzati per far rispettare le norme internazionali. Inoltre, la pressione dell’opinione pubblica globale e la crescente interconnessione tra le nazioni rendono più difficile per gli Stati ignorare completamente il diritto internazionale senza conseguenze. La diplomazia, i negoziati e le coalizioni internazionali sono spesso utilizzati per raggiungere compromessi e soluzioni condivise che rispettino, almeno parzialmente, le norme internazionali. Certamente, mentre l’applicazione del diritto internazionale in un mondo multipolare è complessa e a volte inefficace, esso rimane un elemento fondamentale delle relazioni internazionali. La sua efficacia dipende in larga misura dalla volontà degli Stati di cooperare e trovare soluzioni condivise, nonché dalla capacità delle istituzioni internazionali di adattarsi e rispondere alle nuove sfide globali.

Se da un lato la cornice in cui si muove il diritto internazionale non prescinde dalla garanzia della salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali[1], genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità sembrano essere da un lato sempre più frequenti, dall’altro sempre più “normalizzati” a livello di opinione pubblica. C’è effettivamente un tema di desensibilizzazione rispetto ai diritti umani?

Il tema della desensibilizzazione rispetto ai diritti umani è una questione cruciale e preoccupante nel contesto attuale. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni sono accessibili in tempo reale, grazie ai media e alle piattaforme digitali, e questo ha avuto un impatto significativo sul modo in cui il pubblico percepisce e reagisce alle violazioni dei diritti umani. Da un lato, la costante esposizione a notizie di genocidi, crimini di guerra e contro l’umanità può portare a una sorta di assuefazione o desensibilizzazione. Quando tali atrocità diventano una parte regolare del flusso di notizie, il pubblico può diventare insensibile o, peggio, rassegnato all’idea che queste violazioni siano inevitabili. Questo fenomeno è noto come “compassione esaurita”, dove le persone diventano meno reattive alle sofferenze altrui a causa dell’eccessiva esposizione a immagini e racconti di violenza e ingiustizia. Inoltre, la polarizzazione politica e le narrative mediatiche possono influenzare la percezione pubblica dei diritti umani. In alcuni contesti, le violazioni dei diritti possono essere minimizzate, giustificate o persino ignorate se non rientrano nell’agenda politica dominante. Questo porta a una normalizzazione di tali eventi, dove la gravità delle violazioni è sminuita o presentata come una questione secondaria rispetto ad altre priorità. Dall’altro lato, non possiamo ignorare che ci sono ancora forti movimenti e organizzazioni che lottano incessantemente per la protezione e la promozione dei diritti umani. Organizzazioni non governative, attivisti e difensori dei diritti umani continuano a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fare pressione sui governi per agire contro le ingiustizie. Le proteste globali, le campagne di sensibilizzazione e l’uso strategico dei social media dimostrano che c’è ancora una forte resistenza alla desensibilizzazione. Tuttavia, per contrastare efficacemente questo fenomeno, è essenziale promuovere un’educazione continua sui diritti umani e rafforzare le istituzioni che li tutelano. Questo include non solo informare il pubblico sulle violazioni, ma anche spiegare le cause profonde di tali crimini e le possibili soluzioni. È importante che i media svolgano un ruolo responsabile, fornendo contesto e analisi approfondite piuttosto che limitarsi alla mera esposizione di immagini sensazionalistiche. Voglio concludere affermando che, mentre esiste una reale minaccia di desensibilizzazione rispetto ai diritti umani, ci sono anche potenti forze che lavorano per mantenere alta l’attenzione su queste questioni cruciali. La chiave sta nel trovare un equilibrio tra informare il pubblico in modo efficace e promuovere un coinvolgimento attivo e consapevole nella lotta contro le violazioni dei diritti umani.

La storia del ‘900 ci ha mostrato come i conflitti e le guerre affliggono costantemente la popolazione civile (le stime variano tra il 50 e il 90% di vittime civili nei conflitti del XX e XXI secolo[2]). Le fasce di popolazione più vulnerabili e più colpite sono anziani, donne e bambini. Come si è evoluta la legislazione internazionale per proteggere e tutelare i loro diritti?

La legislazione internazionale per proteggere e tutelare i diritti delle fasce di popolazione più vulnerabili, come anziani, donne e bambini, ha subito una significativa evoluzione nel corso del XX e XXI secolo. Questa evoluzione è stata spesso una risposta diretta alle atrocità e alle violenze subite da queste popolazioni durante i conflitti. Un punto di partenza fondamentale è stato lo sviluppo del diritto internazionale umanitario, in particolare le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i loro Protocolli aggiuntivi del 1977. Questi documenti stabiliscono norme fondamentali per la protezione dei civili e delle persone che non prendono parte ai combattimenti, come i prigionieri di guerra, i feriti e i malati. Le Convenzioni di Ginevra proibiscono esplicitamente gli attacchi contro i civili e prevedono protezioni specifiche per donne e bambini, riconoscendo la loro particolare vulnerabilità. Per quanto riguarda le donne, uno degli sviluppi più significativi è stato l’adozione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) nel 1979. Questa convenzione internazionale richiede agli Stati membri di eliminare la discriminazione contro le donne in tutte le sue forme e di garantire loro pari diritti in tutte le sfere della vita. Inoltre, nel 2000, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 1325 su Donne, Pace e Sicurezza, che riconosce l’impatto unico dei conflitti armati sulle donne e sottolinea l’importanza della loro partecipazione nei processi di pace e sicurezza. Per i bambini, la Convenzione sui diritti del fanciullo (CRC) del 1989 è stata una pietra miliare riconoscendo il bambino come agente attivo e non solo passivo meritevole di protezione. La convenzione infatti introduce diritti  importanti, quale quello del diritto all’ascolto e della partecipazione del minore, oltre a riconoscere una vasta gamma di diritti civili, politici, economici, sociali e culturali per i bambini,  richiedendo agli Stati di adottare misure speciali per proteggerli durante i conflitti armati. Inoltre, il Protocollo opzionale alla CRC sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, adottato nel 2000, proibisce il reclutamento e l’uso di bambini soldato. Anche per gli anziani, sebbene non esista una convenzione specifica delle Nazioni Unite, ci sono stati progressi nel riconoscimento e nella protezione dei loro diritti. La Dichiarazione dei diritti delle persone anziane del 1991 e il Piano di Azione Internazionale di Madrid sull’invecchiamento del 2002 rappresentano importanti passi avanti nel riconoscimento dei diritti degli anziani, anche in situazioni di conflitto. Oltre a queste convenzioni e trattati, il lavoro delle corti internazionali, come la Corte Penale Internazionale (ICC), ha contribuito a rafforzare la protezione delle popolazioni vulnerabili. La ICC persegue individui accusati di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, molti dei quali includono atti di violenza contro donne e bambini. La legislazione internazionale ha fatto notevoli progressi nel riconoscimento e nella protezione dei diritti delle fasce di popolazione più vulnerabili nei conflitti. Tuttavia, la sfida rimane nell’assicurare l’effettiva implementazione di queste leggi e nel garantire che i responsabili delle violazioni siano portati davanti alla giustizia. La comunità internazionale continua a lavorare per migliorare questi meccanismi e per promuovere una cultura di responsabilità e protezione, ma al contempo sembra purtroppo che gli stati tendano a distruggere il quadro giuridico costruito sulle ceneri della seconda guerra mondiale.

Un altro tema che incrocia quello della guerra è la situazione delle donne e dei bambini in Medio Oriente; si pensi alla Palestina o alla Siria, regioni dove anni di conflitto armato hanno influito sulla sicurezza e sul benessere della popolazione. Come definirebbe la situazione di donne e bambini nella regione? Soprattutto rispetto a temi come l’assistenza sanitaria, istruzione (in particolare femminile) e al fenomeno mai completamente estirpato del matrimonio precoce e forzato?

La situazione delle donne e dei bambini nel Medio Oriente, soprattutto in contesti come la Palestina e la Siria, è estremamente complessa e drammatica a causa degli anni di conflitti armati e instabilità. Queste popolazioni vulnerabili affrontano molteplici sfide, tra cui l’accesso limitato all’assistenza sanitaria, all’istruzione, e la persistenza di fenomeni come il matrimonio precoce e forzato.In termini di assistenza sanitaria, i servizi sono spesso insufficienti a causa della distruzione delle infrastrutture sanitarie durante i conflitti. Le donne e i bambini sono particolarmente vulnerabili alle malattie, alle ferite e alle conseguenze psicologiche dei traumi da guerra. La mancanza di accesso a cure mediche adeguate è aggravata dalle difficoltà logistiche e dall’accesso limitato agli aiuti umanitari. Per quanto riguarda l’istruzione, soprattutto per le ragazze, il conflitto ha interrotto o limitato gravemente l’accesso all’istruzione formale. Le scuole sono spesso distrutte o utilizzate come rifugi temporanei, e le famiglie possono essere riluttanti a mandare le ragazze a scuola per motivi di sicurezza o a causa di norme culturali che privilegiano l’istruzione dei ragazzi rispetto a quella delle ragazze. Il fenomeno del matrimonio precoce e forzato è una preoccupazione diffusa in situazioni di crisi. Le famiglie possono essere spinte a “sposare” le loro figlie molto giovani per motivi di sicurezza economica, per ridurre il numero di bocche da sfamare, o per proteggere l’onore familiare. Queste unioni spesso privano le giovani donne dei loro diritti all’istruzione, alla salute e all’autonomia decisionale, mettendole a rischio di violenza domestica e gravidanze precoci e non desiderate. Secondo l’ultimo rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla protezione dei bambini in conflitto armato, pubblicato nel giugno 2024, l’impatto dei conflitti sulla vita dei bambini nel Medio Oriente è stato devastante. I bambini continuano a essere uccisi, mutilati, reclutati come soldati, rapiti e sottoposti ad altre forme di violenza. Il rapporto ha evidenziato anche l’uso di scuole e ospedali come bersagli militari, mettendo a repentaglio ulteriormente la sicurezza e l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria per i bambini. Purtroppo dobbiamo concludere riconoscendo che la situazione delle donne e dei bambini nel Medio Oriente è estremamente critica e richiede una risposta urgente e coordinata della comunità internazionale. Solo attraverso un impegno congiunto per il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani fondamentali si potrà iniziare a mitigare gli effetti devastanti dei conflitti su queste popolazioni vulnerabili. Ma ancora una volta: è possibile questo se non vi è la volontà degli Stati? La comunità internazionale deve ora seriamente decidere quale assetto vuole prendere per avere la garanzia di un futuro di pace e di soluzione pacifica delle controversie tra stati, obiettivi questi su cui le Nazioni Unite  sono state costruite.

C’è un altro tema, di particolare rilevanza nel continente africano e asiatico, che resta sempre sullo sfondo quando si parla di conflitti e minori: quello dei bambini-soldato. Secondo lei è un fenomeno che si sta riuscendo ad estirpare?

Il fenomeno dei bambini-soldato è una delle tragedie più gravi e persistenti nelle zone di conflitto, specialmente in Africa e in Asia. Sebbene ci siano stati progressi significativi negli ultimi decenni per contrastare questo problema, non possiamo ancora dire che il fenomeno sia stato completamente estirpato.I bambini-soldato sono coinvolti in conflitti armati in diversi ruoli, tra cui combattenti, messaggeri, cuochi, spie o portatori di armi. Sono reclutati da gruppi armati non statali e, in alcuni casi, anche dalle forze governative. Questo tipo di coinvolgimento è devastante per i bambini, che vengono esposti a violenze, abusi fisici e psicologici, e privati della loro infanzia, del diritto all’istruzione e della possibilità di un futuro normale.Gli sforzi internazionali per affrontare il problema dei bambini-soldato includono l’adozione di protocolli specifici come il Protocollo Facoltativo alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, entrato in vigore nel 2002. Questo protocollo stabilisce a 18 anni l’età minima per il reclutamento e la partecipazione diretta dei bambini nelle ostilità, prevedendo misure per il loro disarmo, rilascio e reintegrazione nella società. Organizzazioni internazionali e ONG hanno lavorato per monitorare e denunciare i casi di reclutamento di bambini-soldato, nonché per fornire assistenza umanitaria, supporto psicologico e programmi di reintegrazione per i bambini liberati. Alcuni successi sono stati raggiunti nel disarmo e nella reintegrazione di bambini-soldato in comunità sicure e nella loro riabilitazione attraverso l’educazione e la formazione professionale.Tuttavia, nonostante questi sforzi, il fenomeno continua a persistere in molte regioni colpite da conflitti. Le ragioni sono complesse e includono la povertà estrema, la mancanza di alternative per i giovani, l’instabilità politica e l’accesso limitato a servizi sociali di base. Inoltre, in alcuni contesti, i gruppi armati continuano a reclutare e utilizzare bambini a causa della loro vulnerabilità e della loro facilità di manipolazione aggravata negli ultimi anni dall’uso anche dell’intelligenza artificiale.Pertanto, mentre ci sono stati progressi significativi nel contrastare il fenomeno dei bambini-soldato, è chiaro che molto lavoro resta da fare. È essenziale mantenere la pressione politica e l’assistenza finanziaria per i programmi di disarmo, demobilizzazione e reintegrazione, nonché per affrontare le cause sottostanti che favoriscono il reclutamento di bambini-soldato. Solo con un impegno continuo e coordinato della comunità internazionale possiamo sperare di porre fine definitivamente a questa grave violazione dei diritti dei bambini.

Non solo guerra, ma anche povertà e migrazioni forzate sono aspetti che influiscono sulla privazione dei diritti di donne e minori: Crede che ci siano dei fattori di rischio che vengono sottostimati o addirittura ignorati dalla comunità internazionale?

Sì, ci sono diversi fattori di rischio che spesso vengono sottostimati o ignorati dalla comunità internazionale quando si tratta di privazione dei diritti delle donne e dei minori, specialmente nelle situazioni di povertà estrema e migrazioni forzate.Uno dei principali fattori è la mancanza di accesso a servizi di base come assistenza sanitaria, istruzione e protezione sociale. In molte aree del mondo, le donne e i bambini sono particolarmente vulnerabili a causa della mancanza di infrastrutture e servizi adeguati, che possono essere aggravati dalla povertà e dalle situazioni di emergenza.Un altro fattore critico è la violenza di genere, che può essere sia una causa che una conseguenza della privazione dei diritti. E’ vero che ora se ne parla molto, ma di fatto ancora non sono trovate misure efficaci. Le donne e le ragazze sono esposte a livelli elevati di violenza domestica, violenza sessuale, tratta di esseri umani e altre forme di abuso in contesti di povertà e migrazioni forzate. Questo tipo di violenza spesso rimane invisibile o sotto-rilevato nelle risposte umanitarie e di sviluppo.Inoltre, la discriminazione e gli stereotipi di genere sono ancora diffusi in molte società, influenzando negativamente l’accesso delle donne e delle ragazze a opportunità educative, economiche e politiche. Questo perpetua il ciclo di povertà e marginalizzazione. Un altro fattore critico è la mancanza di partecipazione effettiva delle donne e delle minoranze nei processi decisionali a livello locale e nazionale. Quando le loro voci non sono ascoltate o rappresentate, le politiche e i programmi spesso non rispondono adeguatamente alle loro esigenze specifiche. Infine, la crisi climatica e ambientale sta emergendo come un importante fattore di rischio, aggravando la povertà, la fame e le migrazioni forzate. Le comunità più vulnerabili, spesso guidate da donne e bambini, sono le prime a subire gli impatti dei cambiamenti climatici, come la siccità, le inondazioni e la perdita di sicurezza alimentare. Affrontare questi fattori richiede un impegno coordinato e integrato a livello internazionale per garantire l’accesso equo ai servizi, per promuovere i diritti umani e per combattere la violenza di genere e la discriminazione. È cruciale che la comunità internazionale riconosca e affronti questi rischi in modo proattivo e sostenibile, lavorando insieme per promuovere un cambiamento positivo e duraturo per le donne e i minori vulnerabili in tutto il mondo.

Quali crede che saranno le nuove criticità da affrontare per la tutela dei diritti dei più deboli di qui ai prossimi anni?  

Guardando al futuro, ci sono diverse sfide critiche che si profilano per la tutela dei diritti dei più vulnerabili nei prossimi anni. Una delle principali è rappresentata dai cambiamenti climatici e dalle crisi ambientali. Questi fenomeni continueranno a minacciare la sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua potabile e la stabilità delle comunità, colpendo in modo particolare le persone già svantaggiate come donne e bambini.In parallelo, l’avanzamento delle tecnologie digitali, compresa l’intelligenza artificiale (IA), introduce nuove sfide. Mentre l’IA offre opportunità di innovazione e progresso, presenta anche rischi significativi per la privacy, la sicurezza e i diritti digitali delle persone. Le vulnerabilità delle comunità più deboli potrebbero essere esacerbate dalla mancanza di regolamentazioni efficaci e dalla discriminazione algoritmica. Le disuguaglianze economiche crescenti rappresentano un altro ostacolo importante. L’accesso equo ai servizi essenziali come la sanità, l’istruzione e il lavoro dignitoso potrebbe essere compromesso, mettendo a rischio il benessere delle persone già marginalizzate. Nel contesto delle migrazioni forzate, i conflitti armati, l’instabilità politica e i cambiamenti climatici continueranno a spingere milioni di persone verso viaggi pericolosi alla ricerca di sicurezza e opportunità migliori. Garantire protezione e dignità ai rifugiati sarà cruciale, ma anche una delle sfide più difficili da affrontare. Infine, è essenziale considerare i rischi associati all’intelligenza artificiale, come la perdita di posti di lavoro, la sorveglianza invasiva e la perpetuazione di disuguaglianze sociali ed economiche. Questi rischi possono colpire in modo disproporzionato le comunità già vulnerabili, aumentando le disuguaglianze e minacciando i diritti umani fondamentali. Affrontare queste criticità richiederà un impegno coordinato e globale. Sarà necessario rafforzare il rispetto per i diritti umani universali, promuovere politiche inclusive e responsabili, e garantire che l’innovazione tecnologica avanzi nel rispetto dei principi etici e della dignità umana. Le domanda sono: e’ questo sistema multilaterale di oggi adeguato a rispondere a queste esigenze? O, dovremmo ritenere altri sistemi, quali il multipolare? Personalmente io sono per il sistema multipolare, ma con criteri e logiche diverse da quelle che stiamo sperimentando ora. Dopo il secondo conflitto mondiale, abbiamo creduto al sogno delle Nazioni Unite. Forse con un approccio idealista, ci credo ancora. Ma dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che questo sistema ora richiede di essere rivisto.


[1] Secondo quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950.

[2]  William Eckhardt, “Civilian Deaths in Wartime” e Adam Roberts, “Lives and statistics: Are 90% of war victims civilians?”