Lo scorso quattro giugno si sono concluse le operazioni di spoglio nel paese più popoloso del mondo, riconfermando, di stretta misura, il premier uscente Modi.
Le recenti elezioni parlamentari in India, svoltesi tra venerdì 19 aprile a sabato primo giugno, hanno prodotto risultati sorprendenti che hanno scosso il panorama politico interno del paese. Sono stati circa 642 milioni gli elettori che hanno espresso la propria preferenza, il 66,3% del totale degli aventi diritto, facendo registrare una leggera flessione rispetto alle precedenti elezioni del 2019. Una volta terminate tutte le operazioni di voto i risultati hanno visto l’Alleanza Nazionale Democratica (NDA), coalizione guidata dal BJP – il partito del premier uscente Modi – aggiudicarsi “solo” 292 seggi in Parlamento (di cui 239 al BJP, 64 in meno rispetto alle elezioni precedenti). Sono invece stati 232 i seggi andati all’opposizione, di cui 99 conquistati dal Partito del Congresso di Raul Gandhi, salendo di 48 rispetto alle ultime elezioni.[1]
Il Primo Ministro Narendra Modi ha quindi subito un calo significativo di consensi rispetto alla toranta elettorale precedente, non riuscendo ad ottenere da solo la maggioranza parlamentare, come fatto nelle scorse elezioni. In questo modo il BJP dovrà ora dipendere dai suoi partner dell’Alleanza Democratica Nazionale (NDA) per formare un governo di coalizione: partiti come il Janata Dal (United) – partito molto radicato in India orientale e nord-orientale – e il Telugu Desam Party – partito molto radicato al centro-sud del paese.
Questo risultato, arrivato al termine di una campagna elettorale che le opposizioni hanno denunciato come divisiva e discriminatoria nei confronti della comunità musulmana, ha sovvertito l’aspettativa generale che la NDA, BJP in testa, avrebbero consolidato o addirittura ampliato la propria rappresentanza parlamentare. Nonostante il BJP abbia ottenuto comuqnue il 36,56% dei voti totali, il sistema elettorale “first-past-the-post”[2] ha giocato un ruolo cruciale, portando a una riduzione significativa dei seggi per il partito del premier Modi.
Le implicazioni politiche:
La battuta d’arresto registrata con queste elezioni segna anche un momento di svolta per Modi, che fino ad ora non ha mai dovuto governare in coalizione. Se da un lato molti commentatori evidenziano quanto questo sia un segnale di vitalità democratica in India, sottolineando che la popolazione – la cui età media è 28 anni – ha potuto esprimere il proprio dissenso nei confronti di un partito dominante come il BJP, dall’altro la coalizione di opposizione non rappresenta una minaccia immediata. Manca infatti a quest’ultima una unità ideologica, anche se ha potuto costruire una piattaforma in grado di influenzare gli equilibri elettorali del paese.
Il BJP rimane quindi l’attore politico dominante sulla scena del paese, potendo contare su risorse e connessioni significative a livello nazionale. Le sconfitte strategiche, come quelle nello stato chiave dell’Uttar Pradesh, possono però sollevare interrogativi riguardo alle strategie future del partito e alla leadership post-Modi, specialmente considerando il ruolo del controverso Yogi Adityanath[3].
La posizione internazionale del paese:
Sebbene la campagna elettorale non si sia concentrata su questioni di politica estera, sicuramente ci saranno implicazioni significative per l’agenda internazionale del paese. Se fino ad ora Modi ha potuto gestire la politica estera e di sicurezza nazionale con relativa autonomia, minimizzando il coinvolgimento del parlamento, la situazione che si configurerà con un governo di coalizione dovrà necessariamente essere differente: si potrebbe configurare un ritorno a un processo decisionale più aperto e trasparente, esponendo nuove proposte a un maggiore scrutinio pubblico e a discussioni politiche prolungate. Proprio queste nuove dinamiche parlamentari potrebbero influenzare i progetti di politica estera, inclusi accordi di difesa e cooperazione internazionale, che potrebbero essere soggetti a contestazioni politiche più incisive rispetto al passato.[4]
Un esempio, a questo proposito, può essere quello del rapporto con gli USA: Negli ultimi anni, l’amministrazione statunitense ha lavorato direttamente con Modi come partner strategico chiave, in virtù della sua forte presenza politica interna. Un cambiamento nelle dinamiche indiane potrebbe portare a un maggiore livello di complessità nella gestione delle relazioni bilaterali.
Prospettive future
In conclusione, le elezioni parlamentari in India hanno rivelato una nuova prospettiva politica: un calo di consensi per il BJP e l’ascesa di una coalizione di opposizione, frammentata ma sempre più influente. Questo porterà a mutamenti significativi per la politica interna e estera del paese. Modi e il BJP dovranno adattarsi a una nuova normalità politica, gestendo una coalizione di partner e soprattutto un parlamento potenzialmente meno asservito e più combattivo che in passato.
[1] Per i dati ufficiali: https://eci.gov.in/
e https://www.aljazeera.com/news/2024/6/6/mapping-the-results-of-the-india-election-2024
[2] FPTP, ossia il sistema maggioritario secco.
[3] Ajay Mohan Singh Bisht, Primo Ministro (per il BJP) dello Stato federato dell’Uttar Pradesh, quinto Stato per estensione territoriale dell’India e il più popolato.
[4] Per una disamina più approfondita delle implicazioni internazionali di queste elezioni: https://www.usip.org/publications/2024/06/after-indias-surprising-elections-whats-next-modis-foreign-policy
